Suoni di pianura

di Alberto Lovatto

Qui di seguito sono raccolte, più che la cronaca, alcune riflessioni che hanno preceduto e seguito i lavori del pomeriggio di studi organizzato dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Vercelli in collaborazione con l’Istituto e la Soms di Villata intitolato “Suoni di pianura. Canti di risaia, bal a palchèt, mandolinistiche, bande musicali e suonatori di jazz”. L’incontro si è svolto, sabato 17 aprile 1999, nel salone della Società operaia di mutuo soccorso di Villata con relazioni e interventi di Emilio Jona, Roberto Leydi, Giovanni Barberis, Arnaldo Colombo, Alberto Lovatto, Guido Michelone e Luigi Attademo.

Introducendo i lavori ho proposto una evocazione letteraria tratta da “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin: “I miti aborigeni sulla creazione narrano di leggendarie creature totemiche che nel Tempo del Sogno avevano percorso in lungo e in largo il continente australiano cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano – uccelli, animali, piante, rocce, pozzi – e col loro canto avevano fatto esistere il mondo. Le tracce lasciate dalle ‘creature totemiche’ costituiscono quel dedalo di sentieri invisibili che coprono tutta l’Australia, e che gli europei chiamano ‘Piste del sogno’ o ‘Vie dei canti’ “.

Trovo affascinante l’immagine di un territorio solcato da un reticolo di percorsi di memorie e pensieri che creano e delimitano i territori e le esistenza. “Suoni di pianura” viveva un po’ di questa immagine, del desiderio di ricomporre le vie dei suoni e dei canti che hanno solcato la pianura: territorio segnato da incroci e confluenze, luoghi dell’incontro di voci, gesti, pensieri e memorie. Una evocazione letteraria che, sul piano del metodo, si nutre dell’idea-progetto di dar senso ad una ricerca musicologica che sappia muoversi non già a partire da un comparto specifico della produzione musicale, ma dallo studio del rapporto fra l’uomo e la musica, a tutto tondo, entro un territorio dato. Una sorta di piccolo ma sostanziale rovesciamento di prospettiva. La pianura con i suoi sentieri, le sue strade, nei secoli solcate da una infinita catena di vicende umane: emigranti della montagna in cerca di lavoro, pellegrini sulla via francigena, ambulanti, suonatori, contadini che a San Martino lasciano la cascina, mondine per la monda, il trapianto, la raccolta. Ognuno di loro portando con sé non solo merce, braccia, lavoro, ricchezze o fame, ma anche suoni, canti, memoria, cultura, aprendosi ad una rete ampia di scambi che, per la parte più recente di questa storia, richiamano, come nel sottotitolo dell’incontro, “Canti di risaia, bal a palchét, mandolinistiche, bande e suonatori di jazz”.

La pianura vercellese è soprattutto risaia: terra d’acqua protagonista delle prime lotte contadine, dell’associazionismo, della mutua socialità, luogo ed occasione per la nascita e la elaborazione di musiche e canzoni. Nelle cascine, nelle piazze e nei locali pubblici, nei mercati e nelle feste di paese si sono incontrati e formati cantori e musicanti che hanno imparato a coniugare i suoni della propria terra con quelli della gente che la attraversava; che hanno saputo dare nuovo respiro alla musica di più antica tradizione legandola con i suoni che il presente della storia portava al loro orecchio.

Spesso le specializzazioni musicologiche operano costruendo barriere che, se hanno forse una qualche radice nel modo di operare di alcuni musicisti e compositori, non trovano però alcun riscontro nella modalità di fruizione del prodotto musicale. La “gente” ascolta generi musicali diversi, utilizza la musica in contesti diversi, ne accetta le differenti funzioni senza porsi problemi di coerenza.

Roberto Leydi in un suo libro, denso di evocazioni, “L’altra musica”, del 1991, auspicava per l’etnomusicologia il ruolo di “disciplina dedicata a osservare, con propri principi e propri metodi, in modo specifico, i fenomeni musicali del mondo rimasto estraneo, o marginale, rispetto alla musica d’arte occidentale (e, quindi, anche le manifestazioni di nuova creatività popolare, i processi di contaminazione e tutte le manifestazioni musicali legate alla cultura di massa) , ma anche quello di stabilire una collaborazione attiva con i musicologi, nell’impegno di rimodellare la storia della musica come storia della musica nella cultura dell’uomo”. Questa la prospettiva di metodo di “Suoni di pianura”, che ha visto a confronto studiosi di formazione ed interessi differenti.

È evidente che un “pomeriggio di studi” non può che evocare un insieme così vasto di oggetti e soggetti, ma quello di Villata è stato e voleva essere in un qualche modo un incontro d’avvio: l’inizio di una serie di incontri fra studiosi che si occupano di “suoni di pianura” che, pur muovendo da approcci ed interessi specifici differenti, hanno in comune l’attenzione per un determinato territorio e la voglia di confrontarsi e di collaborare.

E per quel che attiene il territorio conviene tracciare dei confini. La “pianura” presa in prima istanza sotto osservazione a Villata è rappresentata da quel triangolo di terra chiuso fra Sesia, le colline del Biellese e del Canavese e Po. Un triangolo di Piemonte ricco di canti di risaia, di bande musicali, di jazzisti di prestigio, ma anche terra di grandi burattinai ed ambulanti che vi hanno trovato radice e che l’hanno percorsa. Un triangolo chiuso fra due fiumi ma strettamente collegato con la cultura della montagna piemontese da un lato e, dall’altro, con il Novarese e la Lomellina che, fino al Ticino, sono ancora “terre d’acqua” a pieno titolo.

L’iniziativa di Villata trovava contesto nel programma ampio e consolidato della rassegna “Terre d’acqua” che Regione Piemonte e Amministrazione provinciale di Vercelli da qualche anno stanno costruendo, ed in particolare con la rassegna “Radici. La musica nelle terre d’acqua”, aperta, quest’anno, con il concerto di Gianni Coscia e Gian Luigi Trovesi, che da solo, proprio per la densità delle evocazioni che la musica del duo bergamasco-alessandrino, sa mettere in gioco, valeva quale indubbia dichiarazione programmatica (“Radici”, titolo del cd del duo è diventato infatti, non a caso, anche il titolo della rassegna). A seguire, nel programma, una serie varia di iniziative musicali: dal concerto de Le Vija alla Fanfara dei Bersaglieri, dal Coro Airone al Ciar d’la Valara, da I Celti al Quartetto Tamborini.

A fianco di tutto questo le iniziative legate al restauro della pellicola di “Riso amaro”, con una mostra ed alcune pubblicazioni di cui si darà conto nella rubrica “Recensioni e segnalazioni” del prossimo numero.

Il pomeriggio di studi “Suoni di pianura” era dedicato a Sergio Liberovici, musicista e studioso che non solo ha dedicato molta attenzione, con Emilio Jona, al canto di monda della pianura vercellese ma che, da musicista di formazione colta, ha saputo spesso, e significativamente, mettere in relazione mondi musicali diversi.

In conclusione veniamo alla cronaca degli interventi, resoconto più degli argomenti e degli ambiti toccati che del merito delle cose dette, visto che si prevede la pubblicazione degli atti.

Emilio Jona, attraverso gli ascolti di una testimone registrata con Sergio Liberovici, ha offerto una panoramica densa del repertorio del canto di monda.

Roberto Leydi ha messo a confronto repertori diversi – canto di risaia, canzone militare e repertorio dei ragazzi nelle colonie estive (oggetto di uno studio di Franco Castelli) – accomunati da condizioni e modelli comportamentali comuni (la partenza, la vita collettiva, il ritorno) che facilitano e motivano “travasi” di moduli testuali e musicali.

Guido Michelone ha affrontato la storia del jazz vercellese, con una serie, per necessità, breve di ascolti, che da sola è però bastata a stimolare il desiderio di ulteriori approfondimenti e sviluppi di ricerca.

Giovanni Barberis ha invece parlato delle orchestre da ballo, con tutto il coniugarsi di esperienza umana e sociale che la vita dei suonatori portano alla memoria.

Luigi Attademo, seguendo alcune piste di ricerca propostegli da Angelo Gilardino, di cui è allievo, ha offerto spunti e visioni in merito alla produzione colta di musiche per strumenti a plettro e a pizzico.

Ad Arnaldo Colombo il compito di spostare l’attenzione sulla parola, sul dialetto, sulla lingua scritta e parlata dei luoghi, tra terminologie specialistiche e poesia dialettale.

Chi scrive, presente all’incontro oltre che come coordinatore dell’iniziativa anche come relatore, ha parlato di bande musicale e di musica per campane.

Assenti giustificati Enrico De Maria, che aveva il compito di condurre, e Cesare Bermani, cui era stato chiesto di richiamare in maniera specifica la dimensione del canto in riferimento stretto a lotte e conflittualità sociali.

Nel corso della manifestazione hanno preso la parola, Umberto Oga, attivo presidente della Soms di Villata, e l’allora assessore alla Cultura della Provincia di Vercelli, Giorgio Orsolano, che di questa e dell’insieme di iniziative di “Terre d’acqua” che gli han fatto da contesto, è stato ideatore e promotore.

tratto da

http://www.storia900bivc.it/pagine/suoni.html

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