A tut i cvariaghin dal me teimp. Du ritrat a memoria e socuant spenlazadi ed cvariegh di teimp d’indrée,. [A tutti i cavriaghini dei miei tempi. Due ritratti a memoria e un po’ di spennellate della Cavriago dei tempi andati] Enrico Corti

Da Montevideo dove era emigrato 50 anni prima, da antifascista, ricostruisce sul filo della memoria la comunità locale nella quotidianità, disegnando addirittura la mappa della cittadina con le attività quotidiane

Racconta un pomeriggio prima di cena del luglio del 1921 quando aveva 18 anni e “già feva al pit a quelc ragaza…Pietro ‘d Zac al sona al clarein areint a la fnestra averta; al studia una mercia perchè a la sira al gh’à d’ander al provi ed la benda, e al vol mia fèer biastmer al maeister Boetti.”[ e già faceva il filo a qualche ragazza, mentre Pietro di Zac -soprannome, ndr- suona il clarinetto davanti la finestra aperta; studia una marcia perché la sera deve andare alle prove della banda- all’epoca banda socialista, ndr- e non vuole fare bestemmiare il maestro Boetti]
Poi descrive il treno che riporta indietro gli operai dalle officine reggiane, che tornano indietro dalla città, portando nel paese “rurale” non solo il salario, ma anche il mondo nuovo proletario.
E ricorda ancora. Stavolta d’inverno, nella stalla. “Int’na stala una sira d’inveren”
Ricostruisce una scena di famiglia nella stalla del mezzadro, con i campi coperti di neve. Nella stalla tstanno da una parte le donne, che filano la canapa, e “ciciaren” , gli uomini dall’altra parte “se schìcren un fiasc ed vein” [si sbevazzano un fiasco di vino] e discorrono della vendita di un manzo, mentre da un altra parte i bambini giocano, vicino l’uscio, discosti, due morosi parlano pianino uno attaccato all’altra. E i due morosi inscenano una scena di gelosia. Lei che dice “T’è un busieder, Domenica ‘t s’è andeè a balèer a San Bertlamè..e t’an vist con una bionda ed Cheviol…”[ Sei un bugiardo, che domenica sei andato a ballare a San Bartolomeno, e t’hanno visto con una bionda di Coviolo- frazioni di Reggio Emilia, ndr]
Ricorda ancora di quando, prima che irrompesse il fascismo omicida nel maggio 1921, i socialisti di San Terenziano e i pipini del Vaticano [era il soprannome che San Nicolò, altro borgo del Comune rurale] si attaccavano i manifesti elettorali gli uni sopra gli altri, “e cuand s’incontreven al do squedri contrarii voleven sciafòon e pugn a tùt ander…( e una volta a Sverbla e gh’an mis al parletèin ‘d cola in cò…) …Di teimp che a la Domenica gh’era la banda in piaza, con Pider c’al soneva al piston, Tonino Cavecia al trombon da cant, Flamini al tamburin, Rino Soncini la catùba, Arcangel i cuerc….di teimp dal serenedi con chitara e mandolèin. Di teimp di bal int’al salon ‘d Ragni (coi strich ed valzer in’i cantoon) o int’i vegliòon con al concert di Pioli o col d’Berch…” [ e quando le due squadre di attacchini si incontravano volavano schiaffoni e pugni a tutt’andare- e una volta Sverble- soprannome di un odi questi, ndr- ci hanno infilato il pennello della colla dietro il collo. Dei tempi che la domenica c’era la banda in piazza con Pietro che suonava il trobone, Tonino Cavecchi il trombone da canto. Flamini il tamburo, Rino Soncini il bassotuba, Arcangelo i coperchi delle pentole…i tempi delle serenate con chitarra e mandolino. Dei tempi delle feste da ballo nel salone di Ragni (colle strizzate alle dame nei valzer dei Cantoni- celebre concerto a fiato parmense, ndr-) o nei veglioni dei festival con il concerto di Pioli o con quello di Barco di Bibbiano]

Tratto da
Paese Nostro, Cavriago (Reggio Emilia)
Anno XXXI n1 ( 29 febbraio 1984), n2 (10 maggio 1984), n3 (16 luglio 1984)

a cura di C. Mario Lanzafame

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