Il diario in musica del Pavarotti della fisarmonica

Roberto Longoni
Mani infaticabili ai lati del mantice, gambe che portavano musica in perenne movimento, il petto diviso tra una fisarmonica e una scodella per le offerte. Così Celino s’annunciava in via Navetta, allora più campagna che città. «Avevo 5 o 6 anni: ero incantato da quel suono che veniva da lontano». Le note  seminate  per pochi spiccioli tra le case e i campi germogliarono nel cuore di un bambino che in questi giorni ha compiuto 70 anni. Il suo diario, Corrado Medioli l’ha scritto  tutto sullo spartito. «In colonia a Salso conobbi un coetaneo che suonava – ricorda -. Era Gianni Verderi, che sarebbe diventato anche campione del mondo. Andavamo dallo stesso maestro». Il maestro non era Gigi Stok, l’«indiavolato» che ripeteva: «Corrado è stato il mio miglior allievo». Un complimento in  una bugia. «Io da Gigi non sono mai stato a lezione» sorride Medioli. Ma fu proprio Stok nel 1975 ad «arruolarlo» tra i suoi  Cadetti (diventati cinque anni dopo l’Orchestra di Franco Dini e Corrado e, dall’83, l’Orchestra Corrado).  Ha attraversato decenni di scena che valgono secoli, Medioli: ha visto la fisarmonica risorgere, dopo la condanna al rogo decretata dal beat. Ha suonato per il teatro e i burattini (e per Ernest Borgnine, conosciuto attraverso l’amico Gimmi Ferrari). Un istrione, che da solo sul gigantesco palco di  Massafra ha conquistato migliaia di spettatori («Devi capire che cosa vuole la gente, lo devi sentire»). Tra gli altri, ha composto «Sogno», «Gioiello», «Mattino», colonna sonora per il centenario di Guareschi. Ha suonato con la Toscanini, con la Sinfonica della Bbc ha registrato la Celebre mazurka di Migliavacca. Lui, che ascolta sinfonica e jazz, ricorda le origini classiche. Così, per farlo felice chiedetegli una danza ungherese o la Gazza ladra, che interpreta volando. Ora sta lavorando a un adattamento del Concerto dell’usignolo. Classici sono anche i suoi valori. «La maggiore soddisfazione? Godere del rispetto della gente e dei musicisti». A lui decine di fisarmonicisti devono la loro arte. Per migliaia di anziani, incontrati negli ospedali e negli ospizi è una macchina del tempo. «Suono le loro vecchie canzoni e loro son felici». L’Adas lo ha premiato con l’Angelo del Correggio. Il Museo della fisarmonica a Recoaro ha un calco della sua mano destra. In Germania, lo chiamano il Pavarotti di Ingolstadt, per i polmoni che fa cantare nel mantice e per una vaga somiglianza con Big Luciano (era più spiccata qualche chilo fa). L’Italia e l’Europa, le ha girate in largo e in lungo. Negli States gli hanno chiesto più volte d’andare. Qualche tappa: l’Eliseo e il Quirino a Roma, il Regio a Torino e il Mercadante a Napoli. L’Inghilterra, per molti Dinner and dance. L’ambasciata italiana a Parigi, per il 50esimo della Liberazione. Worms, per il gemellaggio con la nostra città. Ha suonato a Sana’a, in Yemen, e a Karachi, in Pakistan. Sempre partendo da Parma. «Mio padre Virginio – ricorda – era muratore. Devo molto a lui e alla mamma, Ida Bertolini. La Paolo Soprani che mi regalarono a 12 anni costò 175mila lire». Fiducia ben riposta, perché Corrado studiava e studiava. Alle scuole industriali e al Conservatorio. Suo maestro a 12 anni fu anche Luigi Ferrari Trecate, che del Boito era direttore. «Amante della fisarmonica, scrisse partiture difficilissime per questo strumento». Studiava ed era richiesto, il giovanissimo Corrado. Il debutto ufficiale? «Nel 1954, con il concerto Pinazzi, a San Secondo: dal grande numero di fiati di prima, l’orchestra era stata ridotta a sette-otto elementi». Medioli era tra quelli, in un fumoso locale. «Ricordo la voglia di divertirsi che si respirava allora». Lui, quella sera, si divertì meno. Aveva portato sul palco l’emozione e l’inesperienza dei suoi 14 anni, oltre a un pacco di canzoni alto così. Pezzi numerati. Si passava dal 5 al 39, per poi saltare all’81 e così via. E il piccolo Corrado a testa bassa a inseguir spartiti, come in un’«estrazione del lotto». «Sparsi musica per tutto il palco. Il mattino dopo, Pinazzi venne a casa a lamentarsi per il mio disordine. Feci finta di dormire». Ma quel ragazzino era ben sveglio. A 18 anni, era nell’orchestra Spinelli: a Sestrière suonava per  i Riccadonna, Mike Bongiorno e gli Agnelli. A vent’anni, la nascita del suo gruppo, i Players. Una vita nomade. Un mese in un locale, un mese in un altro, cambiando rigorosamente città, per questioni di contratto. «A Parma avevamo un bel seguito. Suonavamo nel Pik Club di borgo Lalatta, il locale più chic della città. Ricordo bene quanto fosse rigorosa la distinzione in classi sociali». Un mese: c’era tempo per stringere amicizie. E c’era anche il modo, non solo tra gli avventori. «La musica era più bassa: la gente  riusciva anche a parlare. Noi avevamo uno stacco ogni cinque o sei pezzi». Fu così che il diciannovenne Medioli a Lodi conobbe  Rosa, che avrebbe sposato di lì a sei anni.  Tempi duri per la fisarmonica. Perché sì, si piazzava qualche valzer e qualche tango, «ma per il resto si interpretavano pezzi aggiornati. E io dovevo suonare l’organo, il contrabbasso e il vibrafono. La fisarmonica veniva fischiata». Forse per questo Medioli si fece anche pellettiere. «Smisi nel 1990, quando mio figlio Stefano aveva trovato la sua strada». Parallela a quella del padre, perché Stefano, sposato con  una violinista, è pianista di razza. «Con lui, per una decina d’anni, ho accompagnato la bravissima Giuni Russo». Nel ’90, chiuso con la pelletteria, confessa di essersi «liberato e di aver smesso di caricare la sveglia». Ora la sveglia la dà agli altri, con cascate di note travolgenti. «La fisarmonica – dice –  è spietata, ma ti dà anche grandi soddisfazioni. Devi emozionarti, per emozionare. Il suono, devi pensarlo per tirarlo fuori dal mantice». Un soffio che nasce dal cervello e dal cuore.Immagine

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