Sociabilità

http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/381.htm
sociabilità

Concetto prettamente sociologico (M. Weber, G. Simmel, G. Gurvitch), che è entrato nel campo della storiografia con gli studi di M. Agulhon, condotti inizialmente attorno a un soggetto determinato (le confraternite dei penitenti tra XVIII e XIX secolo) e successivamente estesi ai circoli borghesi e alle associazioni volontarie cresciute nello stesso periodo in area provenzale. Dalle associazioni volontarie gli storici hanno allargato il campo delle loro indagini a tutte le forme di aggregazioni spontanee (espressione della molteplicità dei fenomeni sociali e dell’attitudine dell’uomo a vivere intensamente le relazioni pubbliche) e specialmente a quelle legate alla condivisione del tempo libero e del divertimento. Successivi confronti storiografici (convegni di Rouen e di Bad Homburg, 1983) hanno indicato tempi e ambiti degli studi sul fenomeno della sociabilità, limitandoli temporalmente ai secoli XVIII e XIX, ma allargando il confronto tra diverse esperienze nazionali (Francia, Germania, Inghilterra, Italia) e introducendo il nesso tra sociabilità e politica, fondamentale nel passaggio dalla società di antico regime alla nuova società borghese fino alla prima guerra mondiale e nella formazione del nuovo cittadino come individuo per il quale è chiaro il rapporto fra trasformazioni economiche, sociali e politiche.
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Sociabilità ed economia del loisir. Fonti sui caffè veneziani del XVIII secolo, storia di venezia, 1, 2003

di Filippo Maria Paladini

La storiografia degli ultimi decenni ha approfondito in diverse direzioni lo studio delle sociabilità urbana e rurale, aristocratica e borghese, popolare o artigiana, analizzandone peculiarità e differenze tra Settecento riformista e illuminista, stagione rivoluzionaria e Ottocento per ricostruirne le diverse forme in rapporto alle imbricazioni sociali pre-rivoluzionarie, alla lenta nascita di nuove pratiche socio-culturali, allo svolgimento dei processi di politicizzazione, all’evoluzione di nuovi linguaggi politici e letterari, all’articolazione progressiva degli spazi dell’opinione pubblica. In tutte queste prospettive, il caffè (la coffe-house), che dalla fine del XVII secolo in poi progressivamente assurse a luogo cardinale della lenta e correlata diffusione di nuovi saperi e di nuovi sapori, di nuovi consumi e di nuove forme di sociabilità urbana, è divenuto uno spazio assiduamente frequentato dallo storico.

Nonostante il primato ideale da molti assegnato alla Serenissima nella diffusione europea della «rea» bevanda giunta da Oriente – per dirla con Francesco Redi, che preferiva bere vino – e delle pratiche cui essa diede luogo, la ricostruzione socio-culturale dello spazio che la bottega da caffè divenne nel corso del XVIII secolo veneziano è invece rimasta essenzialmente superficiale e manieristica, come ha recentemente sottolineato Mario Infelise, che alla ricerca di alcuni momenti nell’evoluzione dell’opinione pubblica e delle pratiche della lettura nella Venezia tardosettecentesca ha suggerito quale punto di partenza per ulteriori riflessioni anche una serie di suppliche rivolte agli Inquisitori di Stato da parte dei caffettieri veneziani tra anni sessanta e anni ottanta del XVIII secolo.

Quest’ultime carte, utilizzate peraltro quali curiosità erudite da scrittori otto-novecenteschi cui si farà riferimento più avanti (da Giuseppe Tassini a Gino Bertolini), costituiscono le istanze presentate dai caffettieri veneziani agli Inquisitori (ma in realtà anche ai Capi del consiglio di dieci o semplicemente al «Serenissimo principe», e rimesse da questi ai primi) al fine di ottenere la «graziosa permissione» di «tener donne nelle loro botteghe» e l’esenzione dal divieto di non ricevere nobiluomini in tabarro o «compagnie» miste di uomini e donne nelle stanze attigue alla bottega. Tale normativa è celeberrima: fu sviluppata e rinnovata più volte nel corso del Settecento da parte di magistrature civili e criminali, soprattutto dal Consiglio di dieci, che nel 1743 vietò precisamente «l’uso di certi tali quali alloggi, o ricoveri, volgarmente et abusivamente detti casini introdotti […] in varj luoghi della città, […] ad oggetto di praticarvi in essi conversazioni o raddunanze di uomini misti con femine». In coincidenza con le crisi “costituzionali” degli anni sessanta, settanta e ottanta, essa venne però rinvigorita da nuovi recisi «comandi», la cui esecuzione fu demandata dai Dieci agli Inquisitori di Stato. Così, se l’anno 1765 è ricordato anche pechré «i camerini segreti che erano nei caffè, malvasie, ed osterie» venivano «distrutti» a «colpi di mannaja», dopo un decennio la parte del 28 gennaio 1776 more veneto avrebbe ordinato alle «femmine di qualsisia condizione, ed in qualunque abito» di entrare, «e molto meno fermarsi», in «tutte» le botteghe da caffè e nei loro «camerini […] o siano annessi, connessi, o dipendenze dalle medesime», stabilendo orari convenienti di chiusura (stabiliti «a misura delle stagioni») miranti al «provido, e necessario fine, che non solo non progredisca, ma si freni, […] una deambulazione notturna praticata persino nelle ore avanzatissime della notte per tutte le pubbliche strade di questa dominante, non meno dalle femmine nostre, ma dagli uomini ancora». Ma in questo senso procedeva anche la parte Contro Sette, e conventicole presa ai tempi della cosiddetta correzione Contarini-Pisani a baluardo dell’«armonia e forma del nostro governo».

Poiché in molti casi queste suppliche allegano elenchi di avventori (nobiluomini e nobildonne, cavalieri e dame, «civili» con e senza consorte) e liste delle «compagnie» solite riunirsi nelle stanze attigue alle singole botteghe da caffè, talvolta affittate annualmente «ad uso di casino», la loro raccolta è davvero estremamente interessante per colui il quale nel futuro intendesse dedicare qualche attenzione alla condivisione e all’utilizzo di spazi, informali o meno (quali appunto i «luocchi separati» delle botteghe, organizzati sulla base di precisi statuti e locati con regolari contratti), da parte dei diversi ambienti patrizi e cittadini veneziani nel crepuscolo della Repubblica. Nelle pagine che seguono sono appunto regestate queste interessanti istanze: il principale auspicio è stimolare l’approfondimento delle ipotesi sino a questo momento avanzate in tema di sociabilità veneziana settecentesca e appunto per questa ragione al regesto è stata affiancata la dettagliata trascrizione di tutte le «notte degli avventori» delle botteghe da caffè veneziani e in particolare dei loro «luochi segregati».

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